La parabola dell’assessore e della libertà di parola

1 luglio 2009 di admin Leave a reply »

scrittura02Una storia breve, dalla profonda provincia italiana. In un capoluogo di provincia del centro Italia, si affaccia l’ipotesi di un nuovo centro di riabilitazione. L’amministratore responsabile della sanità nel territorio delinea le linee guida dell’operazione in un incontro pubblico con la cittadinanza e dichiara che il servizio deve essere dato in gestione a una struttura privata, non all’ospedale. Le dichiarazioni dell’amministratore vengono riprese da una telecamera, il filmato finisce su un blog che si interessa della vicenda e ne segue gli sviluppi. L’autore del blog esprime le proprie perplessità sulla gestione privatizzata del servizio, ovviamente le pubblica e invia un’email di segnalazione all’ufficio dell’amministratore invitando quest’ultimo a fornire informazioni ulteriori. Dall’amministratore non arriva alcuna risposta, nel frattempo accadono due cose. La prima: l’amministrazione decide che il servizio va affidato alla regione. La seconda: una festa organizzata dallo stesso partito di appartenenza dell’amministratore di cui sopra (quello responsabile della sanità nel territorio) ha fra i suoi sponsor maggiori la stessa clinica privata a cui inizialmente doveva essere affidata la gestione della riabilitazione. Il blogger documenta entrambe le cose e nuovamente scrive un’email all’ufficio dell’amministratore per chiedere informazioni ulteriori. Solleva soprattutto una domanda: è pubblicamente giustificabile che un amministratore dichiari di voler affidare un servizio sanitario alla stessa clinica privata che figura fra i maggior sponsor della festa del partito a cui appartiene? Una questione pubblica, basata su un fatto. Comunque, dall’ufficio dell’amministratore non trapela nulla, nessuna risposta o commento.

Passano due anni. Due anni. In un piccolo comune dell’entroterra si vota per il rinnovo del consiglio comunale e della giunta. Il blogger sostiene una lista civica attraverso il suo blog, ma ha modo di conoscere personalmente anche il candidato sindaco della lista avversaria. La campagna elettorale entra nel vivo, non impiega molto a degenerare in meschinità e chiacchiere. Pochi giorni prima delle elezioni, il blogger viene avvicinato dal candidato sindaco della lista avversaria. Il candidato appartiene allo stesso partito dell’amministratore responsabile della sanità territoriale. Dice al blogger di prestare attenzione e prudenza a causa di quello che ha scritto sulla riabilitazione. Due giorni dopo, il blogger riceve una telefonata, è l’amministratore. Immediatamente al blogger torna in mente l’avvertimento di due giorni prima. L’amministratore si mostra furioso, avverte il blogger che avrebbe avviato un’azione legale contro di lui a causa di quello che ha scritto sulla riabilitazione. Articoli pieni di falsità, sostiene l’amministratore, che insiste urlando: 1) il blogger avrebbe potuto telefonare e avere tutte le informazioni che voleva, invece ha diffamato l’immagine della regione (e le email di segnalazione e di richiesta di informazioni erano mai state lette?); 2) il blogger non sa che il servizio è gestito dalla regione (ne aveva scritto nel suo blog…); 3) il blogger ha scritto che l’amministratore utilizza sponsor per finanziare il partito (il blogger aveva sollevato soltanto una domanda, chiedeva se fosse moralmente accettabile che una festa di partito avesse fra i suoi sponsor una struttura sanitaria privata a cui, inizialmente, doveva essere affidata la gestione di un servizio da parte dell’ente amministrato da un membro di quello stesso partito). Nel corso della telefonata, il blogger continua ad avere in testa l’avvertimento di due giorni prima. Il blogger decide di prestarsi alla scenetta: l’amministratore non sapeva nulla di quello che il blogger aveva scritto sulla riabilitazione intensiva, aveva avuto indubbiamente la segnalazione del blog e il suo numero di telefono da colui che aveva lanciato l’avvertimento (forse preoccupato dalla campagna elettorale che si svolgeva attraverso il blog). Il blogger dichiara di essere “pentito” e mortificato, dice che sta ricevendo una fondamentale lezione di vita, che cancellerà subito quegli articoli. Non era forse quello che l’amministratore voleva sentirsi dire? Peccato, però, che quegli articoli non fossero più on-line da oltre un anno e che, proprio quel giorno, il blog era chiuso per manutenzione. Il blogger rispose alla menzogna con un’altra menzogna, l’amministratore la prese per verità.

Se si è abituati alla malafede, si fa presto a scambiare la menzogna per verità e a inciampare sulla defattualizzazione. Ora chiediamo: per quale motivo il blogger avrebbe dovuto dare delle spiegazioni in una conversazione in cui l’oggetto di attenzione non era ciò di cui si parlava, ma la campagna elettorale?

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2 Responses

  1. Luca Lucarini scrive:

    Caro Alessandro, se permetti, racconto anch’io una breve storia. In un piccolo Comune dell’entroterra nel pieno della campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio comunale (chissà se è lo stesso di cui parli tu?), durante una calda sera di maggio, capita un piccolo incidente stradale che vede coinvolti alcuni italiani e alcuni cittadini extracomunitari. Nulla di grave se non che, dopo l’insistenza da parte di alcuni nel voler chiamare i Carabinieri per i rilievi del caso, gli animi si scaldano e ne nasce un vivace battibecco. In poco tempo, come succede di solito, si raggruppa un nutrito capannello di passanti e di curiosi che assistono ai fatti. Volano parole grosse tra i contendenti e alcuni “spettatori” prendono le difese dei cittadini italiani coinvolti.
    Da tutto ciò, senza motivazione alcuna, parte un tam tam di messaggi, email e passaparola che, con scientifica meschineria, indicano un giovane candidato al Consiglio comunale come autore, durante quel contesto, di insulti razzisti.
    Quel passaparola, che forse nella testa di chi lo ha generato doveva rimanere tale, finisce anche sulle pagine di facebook con tanto di nomi e cognomi.
    L’indomani, il giovane candidato, che nulla aveva a che vedere con il fatto, decide di difendersi proponendo una querela per diffamazione. A quel punto, dopo un fuggi fuggi generale, chi rimane con il cerino in mano è unicamente quella persona che aveva pensato bene di pubblicare la storia su internet. Si trova quindi costretto a ritrattare tutto e a scusarsi con il diretto interessato.

    Ora, caro Alessandro, io vorrei porre un semplice questito che và al di là del fatto e del contesto: ognuno di noi è convinto di avere le idee migliori e le soluzioni più giuste, ma fino a che punto si puo’ violentare la propria coscienza all’unico scopo di avere la meglio sugli altri?

  2. admin scrive:

    No so se si tratta dello stesso Comune, dubito che i cittadini abbiano la liberà di saperlo senza subire conseguenze. Chi esercita una dittatura ha la dignità di non nasconderlo. E non è il consenso a distinguere il tiranno da un amministratore eletto. Ogni buon tiranno necessita di consenso, usa la forza con la minoranza che si oppone. Se arriva a farlo un amministratore eletto, cosa lo distingue da un tiranno? Le storie – spesso anche le più fantasiose – raccontano la realtà, ne traggono ispirazione, la mostrano secondo aspetti che altrimenti restano nascosti. C’è un fondo di verità in ogni storia. Ognuno, dici tu, pensa che le proprie siano le idee migliori. Quando questa supposizione incontra l’arroganza e la violenza, l’opinione diventa una verità assoluta nella testa di chi la professa. Questo altro non è che il fondamento psicologico del totalitarismo. Hannah Arendt insegna. Ma pensi che chi amministra alcuni territori del nostro Paese abbia la cultura e la capacità mentale di riflettere su queste cose?

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