Il rinnovamento in testa

29 giugno 2009 di admin Leave a reply »

testa_vecchiaA Colbordolo la pseudo-sinistra di Pensalfini è in testa col 63,66%, contro il 36,33% dei Liberi per Colbordolo. Il comune resta uno dei pochi baluardi rimasto ai traditori della tradizione marxista italiana. L’unico argomento rimasto al PD è la resistenza all’oppressione fascista. Il PD, specialmente a Colbordolo, ha trasformato la resistenza da patrimonio della storia di un popolo a prodotto di marketing da usare per conquistare e soggiogare gli elettori-consumatori. La campagna elettorale somiglia a una campagna pubblicitaria, una di quelle che invitano a lasciarsi ammaliare da promozioni finalizzate alla cosiddetta “fidelizzazione del cliente”. A Colbordolo i consumatori-elettori sono fidelizzati da 60 anni. Il marketing funziona ed è pronto ad affiancare un pilastro dell’organizzazione aziendale: la gestione partecipata del dissenso. Pensalfini ha promesso il bilancio partecipato. Lui sa che quanto ha proposto coincide col governo del dissenso, attraverso organi partecipativi di stessa natura, all’interno di aziende multinazionali? Ci sono aziende, soprattutto americane e in particolare, per esperienza personale e diretta, penso a una multinazionale che opera nella ristorazione veloce, che praticano da molti anni quello che Pensalfini chiama “bilancio partecipato”. In pratica, quando si pone la necessità di decisioni di rilievo che investono il sistema “azienda” nella sua interezza (comprese aziende esterne dell’indotto o aziende indipendenti legate da rapporti francising), l’azienda convoca delle vere e proprie riunioni partecipate, in cui tutti i presenti possono esprimere opinioni libere. Possono perfino permettersi di mandare a quel paese un presidente o un amministratore delegato. Le opinioni, sapientemente gestite, si trasformano in chiacchiericcio rumoroso, dove tutti parlano, ciascuno prende la parola, ma nella confusione generale il peso di ciascuna opinione viene meno e si inserisce l’unico punto di vista che conta davvero, quello dell’azienda. In realtà, è una messa in scena che lascia apparire come condivisa una decisione che di fatto non lo è. Il tutto si conclude quasi sempre con un voto di tutti i partecipanti. Questo è un meccanismo sottile, ma molto efficace, per smorzare il dissenso nelle realtà aziendali. Infatti, quando una determinata scelta risulta impopolare e nell’azienda qualcuno cerca di opporsi, la risposta aziendale arriva puntuale: “ma nelle riunioni e nei bilanci partecipati c’eri che TU e non hai dimostrato disappunto, nella decisione c’eri anche TU, l’hai votata” (TU, non il più formale LEI, attenzione alla finezza!). Pensalfini ha descritto il bilancio partecipato esattamente come alcune multinazionali definiscono le riunioni e i bilanci partecipati. Più che di una democratizzazione delle aziende, assistiamo all’aziendalizzazione della politica, dove la libertà di opinione si trasforma in gestione psicologica del dissenso.Dall’eterno ritorno scaturisce il divenire attivo, scriveva Deleuze. Ma anche le forze reattive tornano, tornano in una politica dove l’agire cede il posto all’abitudine e all’obbedienza. E quando il passato della memoria distorta sbiadisce, quando il perno della politica attiva diventa la campagna elettorale e non il confronto plurale, la chiacchiera regna sovrana. “Non votare l’altro, è uno della guardia di finanza, cosa sa del governo di un comune, è un militare. Non votare gli altri, sono fascisti, ve li ricordate i fascisti? Non votare gli altri, fra di loro c’è uno che si è permesso di criticare l’operato di un assessore regionale, vuoi essere come lui?”. L’altro è fuori dal comune, fuori dalla storia di un popolo, perché votarlo? L’altro. L’esclusione dell’altro – di vago stampo leghista, di quella stessa lega da cui il PD dice di essere tanto diverso – è il cittadino non allineato. L’esclusione dell’altro, forse non a caso, coincide con l’immobilizzarsi del tempo in una sola dimensione. In questo caso nel passato. Non c’è un passato capace animare un presente in vista di un progetto futuro. La stessa cosa accade quando la rincorsa cieca di un futuro indefinito lascia calare l’oblio sul passato della memoria. Ma senza l’altro e senza un ripensamento del tempo in funzione dell’azione politica, la politica diventa economia privata esercitata sul bene pubblico.

Le elezioni sono archiviate, le porte dei palazzi si richiudono. Questo torna, la desolazione, la pace sociale che sempre più somiglia al deserto di Tacito. Il popolo ha fatto il suo acquisto. E chi, fra i vincitori, in campagna elettorale vantava conoscenze nell’amministrazione regionale, si ricordi di quelle conoscenze e faccia in modo che, a Bottega per esempio, i bambini della scuola elementare smettano di giocare fra detriti edili e rifiuti organici; faccia in modo che si intervenga – ricordo la segnalazione di un cittadino – su un casolare abbandonato, lungo la provinciale, abitato da topi e dalla sporcizia in una situazione igienica pietosa. Se ciò non dovesse accadere, la responsabilità sarà indubbiamente anche di chi siede in Regione dimenticando non soltanto l’umiltà, ma anche che il potere è una concessione provvisoria della cittadinanza plurale e attiva. La sanità è anche igiene degli spazi pubblici: se lo ricordi il nuovo sindaco, se lo ricordino le sue vantate conoscenze in Regione.

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