
Un elemento particolarmente interessante del pensiero di Jonas è la temporalità dell’etica. Il principio responsabilità pone il problema della responsabilità etica rispetto alle generazioni future. Con il progresso tecnologico, l’uomo è chiamato a scegliere in vista del futuro e non soltanto rispetto all’attualità presente. La temporalità dell’esistere umano è cosa nota già da Agostino. In tempi più recenti, Heidegger ne fa il cardine della sua indagine onto-fenomenologica, Arendt la assume nella descrizione della vita mentale e della vita activa. Proprio il dispiegarsi dell’esistenza nel tempo è il presupposto teoretico dell’etica di Jonas. Scegliere in vista di una progettualità sviluppata secondo il futuro – e non “per” una contingenza imminente, come accade invece nell’istintualità animale – è prerogativa umana. Sarebbe utile basare su questi presupposti una riflessione sul tema dell’aborto. È quindi opportuno assumere una prospettiva ontologica anziché muovere da imposizioni precettistiche o da dettami di fede. Quando una donna sceglie l’aborto volontario, in vista di chi e di che cosa sceglie? La rinuncia è, nell’attuale, una non accettazione di un organismo cellulare che prende vita all’interno dell’utero. Ma la scelta è in vista dell’organismo cellulare? Nell’immaginazione non è forse anticipato l’umano che verrà? Nell’aborto, il “no” non è negazione dell’embrione, bensì di una alterità umana che, nella scissione duale che scaturisce dal ventre materno, sviluppa e introduce una nuova temporalità nel mondo. Con l’aborto, l’egoità attribuisce a sé il potere di annullare il tempo secondo un duplice senso: 1) la scelta che nega è ricondotta all’attuale negando il dispiegarsi del futuro (l’altro è un embrione “sempre presente”); 2) essa impedisce l’ingresso di un’altra temporalità nel mondo. Il futuro dell’umano che sarà è annullato nel presente della scelta, dove l’altro è soltanto un insieme cellulare. In questo annullamento del tempo, la de-responsabilità avanza. Chi sceglie negando in nome della libertà annulla il presupposto ontologico della libertà etica, la prospettiva temporale. In tale prospettiva, ciò che è soppresso è una temporalità “altra”, è il nascituro, è l’inizio di un nuovo arricchimento semantico della realtà. Con l’aborto, è introdotta l’insensatezza: qual è il senso di una libertà prigioniera di una sola dimensione del tempo, l’attualità presente? Qual è il senso di una libertà agente che sceglie senza anticipare quello che sarà e giudicare quello che è stato? La negazione di cui l’aborto è espressione non è negazione di un embrione: nell’aborto volontario, l’oggetto della scelta è l’anticipazione immaginativa di ciò che l’embrione diventerà.
Se poniamo la questione su quale sia l’inizio della vita umana, l’aborto sarà sempre considerato un atto legittimo. Se si dice infatti: fin dal suo concepimento la vita è sacra, si intende che il concepimento è l’inizio. La questione resta allora: quando inizia la vita? Ma ponendo il problema in questi termini, si rischia seriamente di contribuire alla maturazione di inclinazioni pro-abortiste.
A Colbordolo la pseudo-sinistra di Pensalfini è in testa col 63,66%, contro il 36,33% dei Liberi per Colbordolo. Il comune resta uno dei pochi baluardi rimasto ai traditori della tradizione marxista italiana. L’unico argomento rimasto al PD è la resistenza all’oppressione fascista. Il PD, specialmente a Colbordolo, ha trasformato la resistenza da patrimonio della storia di un popolo a prodotto di marketing da usare per conquistare e soggiogare gli elettori-consumatori. La campagna elettorale somiglia a una campagna pubblicitaria, una di quelle che invitano a lasciarsi ammaliare da promozioni finalizzate alla cosiddetta “fidelizzazione del cliente”. A Colbordolo i consumatori-elettori sono fidelizzati da 60 anni. Il marketing funziona ed è pronto ad affiancare un pilastro dell’organizzazione aziendale: la gestione partecipata del dissenso. Pensalfini ha promesso il bilancio partecipato. Lui sa che quanto ha proposto coincide col governo del dissenso, attraverso organi partecipativi di stessa natura, all’interno di aziende multinazionali? Ci sono aziende, soprattutto americane e in particolare, per esperienza personale e diretta, penso a una multinazionale che opera nella ristorazione veloce, che praticano da molti anni quello che Pensalfini chiama “bilancio partecipato”. In pratica, quando si pone la necessità di decisioni di rilievo che investono il sistema “azienda” nella sua interezza (comprese aziende esterne dell’indotto o aziende indipendenti legate da rapporti francising), l’azienda convoca delle vere e proprie riunioni partecipate, in cui tutti i presenti possono esprimere opinioni libere. Possono perfino permettersi di mandare a quel paese un presidente o un amministratore delegato. Le opinioni, sapientemente gestite, si trasformano in chiacchiericcio rumoroso, dove tutti parlano, ciascuno prende la parola, ma nella confusione generale il peso di ciascuna opinione viene meno e si inserisce l’unico punto di vista che conta davvero, quello dell’azienda. In realtà, è una messa in scena che lascia apparire come condivisa una decisione che di fatto non lo è. Il tutto si conclude quasi sempre con un voto di tutti i partecipanti. Questo è un meccanismo sottile, ma molto efficace, per smorzare il dissenso nelle realtà aziendali. Infatti, quando una determinata scelta risulta impopolare e nell’azienda qualcuno cerca di opporsi, la risposta aziendale arriva puntuale: “ma nelle riunioni e nei bilanci partecipati c’eri che TU e non hai dimostrato disappunto, nella decisione c’eri anche TU, l’hai votata” (TU, non il più formale LEI, attenzione alla finezza!). Pensalfini ha descritto il bilancio partecipato esattamente come alcune multinazionali definiscono le riunioni e i bilanci partecipati. Più che di una democratizzazione delle aziende, assistiamo all’aziendalizzazione della politica, dove la libertà di opinione si trasforma in gestione psicologica del dissenso.Dall’eterno ritorno scaturisce il divenire attivo, scriveva Deleuze. Ma anche le forze reattive tornano, tornano in una politica dove l’agire cede il posto all’abitudine e all’obbedienza. E quando il passato della memoria distorta sbiadisce, quando il perno della politica attiva diventa la campagna elettorale e non il confronto plurale, la chiacchiera regna sovrana. “Non votare l’altro, è uno della guardia di finanza, cosa sa del governo di un comune, è un militare. Non votare gli altri, sono fascisti, ve li ricordate i fascisti? Non votare gli altri, fra di loro c’è uno che si è permesso di criticare l’operato di un assessore regionale, vuoi essere come lui?”. L’altro è fuori dal comune, fuori dalla storia di un popolo, perché votarlo? L’altro. L’esclusione dell’altro – di vago stampo leghista, di quella stessa lega da cui il PD dice di essere tanto diverso – è il cittadino non allineato. L’esclusione dell’altro, forse non a caso, coincide con l’immobilizzarsi del tempo in una sola dimensione. In questo caso nel passato. Non c’è un passato capace animare un presente in vista di un progetto futuro. La stessa cosa accade quando la rincorsa cieca di un futuro indefinito lascia calare l’oblio sul passato della memoria. Ma senza l’altro e senza un ripensamento del tempo in funzione dell’azione politica, la politica diventa economia privata esercitata sul bene pubblico.