Questi giorni l’edizione pesarese de “Il resto del Carlino” ha ospitato un interessante botta e risposta fra medici dell’ospedale S. Salvatore e l’assessore regionale alla sanità Almerino Mezzolani. Il problema in questione è quello delle liste d’attesa, troppo e vergognosamente lunghe. Di seguito i casi riportati dal giornale. Un uomo di 65 anni chiede all’ospedale, su richiesta del medico curante, una visita cardiologica. Primo appuntamento disponibile nel pubblico: 1 aprile 2010. Nel privato, invece, è possibile fare l’esame entro 36 ore dalla richiesta. Altro caso: sempre su prescrizione del medico curante, una donna richiede un esame di controllo. Prima data utile è il 17 gennaio 2011. Interpellato da “Il Resto del Carlino”, l’assessore Mezzolani ha risposto (riporto dal giornale): “Fino a quando la legge permetterà ai medici di stare con due gambe sia nel pubblico che nel privato, ci sarà sempre questa forbice di otto o dieci mesi tra un appuntamento nella struttura pubblica e quella dello studio privato del medico. – E ancora – Sono convinto che l’intramoenia vada riformato. Il medico deve scegliere se lavorare per il settore pubblico o privato” (Il Resto del Carlino Pesaro, edizione del 23 agosto 2009, p. 3). All’assessore rispondono i dottori Lanfernini e Morabito, quest’ultimo in qualità di presidente dell’associazione primari dell’azienda ospedaliera S. Salvatore. Il primo domanda all’assessore per quale ragione in Romagna le liste d’attesa non sforano mai i 30/60 giorni e aggiunge: “No caro assessore, la colpa non è di noi medici, ma di chi ha responsabilità dirigenziali nel settore. Ci risparmi quindi questi interventi carichi di demagogia: i medici son stanchi di essere accusati ingiustamente, faccia un salto in Romagna, saranno lieti di mostrarle come si eliminano i tempi di attesa e le speculazioni sui poveri pazienti (che, per inciso, alle urne dovrebbero ricordarsi di tutte queste cose)” (cito da Il Resto del Carlino Pesaro del 23 agosto 2009, p. 2). Gli fa eco Morabito esponendo quelle che a suo parere sono le cause dei lunghissimi tempi d’attesa. Le riporto in breve: 1) risorse umane e strutturali insufficienti; 2) il 30% delle richieste è inappropriato e non giustificato; 3) il 20% degli utenti non rispetta gli appuntamenti (cfr. ibid, p. 3).
Personalmente sento di sostenere le argomentazioni dei medici per le seguenti ragioni. Innanzitutto, la legge 120 del 7 agosto 2007 indica alle Regioni quanto segue (per comodità riporto dal sito del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali (link http://www.ministerosalute.it/dettaglio/dettaglioNews.jsp?id=937):
- le Regioni completino la realizzazione degli appositi locali per l’esercizio dell’intramoenia all’interno delle strutture pubbliche entro il 31 gennaio 2009;
- fino alla realizzazione dei locali, e comunque non oltre il 31 gennaio 2009, le aziende sanitarie locali potranno anche convenzionarsi con strutture private in grado di fornire gli spazi idonei all’attività libero professionale;
- in alternativa alla costruzione in proprio dei locali le aziende sanitarie potranno affittare o acquistare spazi ambulatoriali esterni pluridisciplinari;
- le prenotazioni delle prestazioni in regime libero professionale saranno sempre e ovunque gestite da personale dell’azienda sanitaria, al fine di permettere il controllo dei volumi delle prestazioni che non dovranno superare quelli eseguiti durante l’orario di lavoro;
- gli onorari per l’attività libero professionale saranno sempre riscossi sotto la responsabilità dell’azienda e saranno concordati tra azienda e medici;
- saranno effettuati periodici controlli sulle liste d’attesa, al fine di assicurare il rispetto dei tempi medi che dovranno essere stabiliti con provvedimenti della Regione e con l’obbligo di erogare le prestazioni urgenti comunque non oltre 72 ore dalla richiesta;
- le Regioni dovranno varare disposizioni specifiche per evitare conflitto d’interessi o concorrenza sleale tra medici e azienda sanitaria;
- le Regioni avranno poi l’obbligo di adeguare progressivamente i tempi di erogazione delle prestazioni in regime ordinario a quelli in regime libero professionale, al fine di assicurare che il ricorso alla libera professione sia frutto solo di libera scelta del cittadino e non conseguenza di carenze nell’organizzazione dei servizi resi in attività istituzionale;
- la riduzione dei tempi d’attesa sarà oggetto di un’apposita relazione annuale al Parlamento del Ministro della Salute;
- ogni Asl dovrà pubblicizzare i volumi delle prestazione erogate in regime ordinario e libero professionale;
- a garanzia della regolarizzazione dell’attività intramoenia si prevede: la possibilità per le Regioni di destituire i direttori generali inadempienti, la sospensione dei finanziamenti statali integrativi verso quelle Regioni che non attivino i piani di costruzione dei locali o attuino le altre possibilità previste dalla legge, l’esercizio dei poteri sostitutivi del Governo nei confronti delle Regioni inadempienti.
Per chi non avesse mai udito l’espressione “intramoenia” è utile un chiarimento. “Intra moenia” è una locuzione latina che sta per “all’interno delle mura cittadine” ed è stata adottata in ambito sanitario per indicare l’attività all’interno (appunto) delle strutture ambulatoriali e ospedaliere svolta dai medici al di fuori dell’orario di lavoro. Ora, chiarito di che cosa si tratta, alla luce delle disposizioni ministeriali l’assessore dovrebbe spiegare a che punto è l’opera di adempimento alle stesse da parte della Regione Marche e dovrebbe farlo con una relazione pubblica e dettagliata. Qual è la situazione della convenzione coi privati? Come vengono svolti i controlli sui tempi d’attesa? Inoltre, sarebbe auspicabile che – come recita l’ultimo punto citato dal sito del Ministero – l’assessore si adoperi affinché sia destituito il direttore generale dell’azienda ospedaliera coinvolta nelle inadempienze denunciate da “Il Resto del Carlino” (se, ovviamente, provate di fatto). Le dichiarazioni dell’assessore riportate su Il Resto del Carlino evidenziano a mio parere la difficoltà dell’assessore stesso a governare il fenomeno. Declinare la responsabilità di un disservizio sugli operatori chiamati ad erogarlo direttamente è una dichiarazione, implicita ma sostanziale e formalmente evidente, di una deresponsabilizzazione che suona come l’ammissione della mancanza di autorevolezza. Vi è una vera e propria contraddizione logica tra le affermazioni che il giornale attribuisce all’assessore e il ruolo di amministratore pubblico. Quest’ultimo è responsabile sempre e comunque dei servizi e dei disservizi, degli adempimenti e delle negligenze, e ne deve rispondere pubblicamente sia quando le cose vanno bene sia quando le cose vanno male. Ammesso che esistano delle responsabilità dei medici (non nego che esistano alcuni, ma credo pochi, medici che speculano sui lunghi tempi d’attesa), l’assessore dovrebbe difendere pubblicamente la categoria e far valere la sua autorevolezza imponendo ordine e rispetto delle direttive ministeriali. Non è affatto semplice, governare è difficilissimo. Ma la prudenza nel fornire risposte convincenti, oltre a tranquillizzare i cittadini e a non generare situazioni conflittuali poco gradevoli fra medici e amministrazione pubblica, è comunicativamente utile per la Regione e, per lo stesso assessore, è opportunamente strategico in un senso propriamente machiavelliano (mi riferisco alla coincidenza fra apparire ed essere a cui dovrebbe attenersi un uomo di governo secondo quanto è scritto ne “Il Principe”).
Dalla mia esperienza personale ho percepito che alcuni disservizi hanno origine nella struttura burocratica dell’ospedale S. Salvatore. A pochi mesi di vita, a mio figlio viene prescritto dalla pediatra un’ecografia ai reni da fare entro, e non oltre, i due mesi dalla data dell’impegnativa. Oltre i due mesi, il bambino sarebbe cresciuto al punto tale per cui l’esame non sarebbe stato più attendibile. Mi reco in ospedale per la prenotazione e mi viene detto che la prima data utile è a cinque mesi dalla data di emissione dell’impegnativa. Faccio presente all’impiegato di turno la raccomandazione della pediatra e mi sento rispondere che il mio è soltanto un modo non proprio nobile per non rispettare la lista d’attesa e che se ho un’urgenza di questo tipo posso considerare il servizio privato. Un po’ stizzito, mi reco nel reparto di pediatria e chiedo la disponibilità di un medico. Spiego la situazione, il medico riconosce la veridicità delle raccomandazioni della pediatra e grazie a lui mio figlio ha potuto fare l’esame. Nel pubblico, senza sborsare un centesimo o ricambiare un favore ed entro i due mesi raccomandati dalla pediatra. Forse nell’organizzazione e gestione del servizio c’è qualcosa da rivedere. Questa, almeno, è la mia esperienza.
Aggiungo due novità di questi giorni. Il consigliere regionale Giancarlo D’Anna (Pdl) suggerisce una proposta interessante che segue le linee guida di una delibera della regione Toscana. A decorrere dal 30 ottobre 2009, il tempo massimo di attesa per alcune visite non può superare 15 giorni, in caso di disservizio il cittadino ha diritto a un indennizzo. Nei poli radiologici di vasta area ci si impegna a garantire orari di servizio superiori alle 12 ore, anche nei festivi e con continuità nel corso dell’anno.
Di oggi sono inoltre le dichiarazioni del direttore generale dell’azienda ospedaliera S. Salvatore, dott. Rinaldi. In breve, Rinaldi sostiene che in realtà i tempi d’attesa sono già sensibilmente ridotti, eccetto per cardiologia, e che con il Cup, centro unico di prenotazione regionale a cui gli utenti (non più cittadini, ma utenti di un servizio aziendale) possono rivolgersi per sapere in quale ospedale fare la visita nei tempi più rapidi possibili. Per approfondomenti, invito consultare l’edizione pesarese de Il resto del Carlino del 26 agosto 2009.
La sensazione è quella di disorganizzazione e malgoverno della sanità regionale. Le dichiarazioni del direttore generale paiono confermare che il problema dei lunghi tempi d’attesa non sia da attribuire ai medici, bensì a falle organizzative a cui si cerca di far fronte con il Cup. Sensata mi pare la proposta del consigliere D’Anna e non mi sembra che l’attuale assessore regionale stia governando in modo efficace e soddisfacente. Casi come quello presentato da Il Resto del Carlino non dovrebbero essere nemmeno immaginati in un sistema sanitario funzionante.
Ieri ha debuttato nelle sale cinematografiche italiane S.Darko, sequel di Donnie Darko. La produzione ha stanziato per il film un budget molto limitato, 4 milioni di dollari, e previsto 25 giorni di riprese, davvero pochi per un lungometraggio pensato per il cinema. Le limitazioni di budget hanno indotto il regista Chris Fisher, già noto per aver diretto la serie tv Cold Case, a rinunciare alla pellicola 35 mm e ad adottare la tecnologia digitale. Le scene principali sono state girate con la Red One Camera (forse l’erede digitale della pellicola), mentre per altre porzioni (come l’incidente automobilistico e le riprese dei paesaggi) è stata utilizzata la Sony Ex1, di proprietà del fotografo di scena Marvin V. Rush. Dunque, un film girato interamente in digitale e con mezzi in parte modesti. Molto è lasciato alla post produzione e all’effettistica. La visione del film richiede una buona capacità di analisi, non si tratta di un film “facile”. Innanzitutto, qual è il tema principale del film? Il lutto. Tutto il film racconta il lutto della morte di Donnie elaborato dalla sorella minore Samantha. La sceneggiatura lavora su due livelli: 1) ciò che accade di fatto; 2) l’interpretazione visionaria e metaforica (non allucinatoria) dei fatti in relazione al lutto che logora l’animo di Samantha. Per quanto riguarda il primo livello, il film racconta che Samantha e l’amica Corey viaggiano verso Los Angels quando improvvisamente l’auto su cui viaggiano si rompe cosringendo le due ragazze a fermarsi in un borgo sperduto dell’Utah. Samantha e Corey dormono una notte in un Motel, quella stessa notte muore un giovane colpito da un meteorite. Dopo l’evento, Samantha si separa dall’amica e torna in Virginia. Questo è quello che accade. Il resto del film mette in scena ciò che accade nell’animo di Samantha e la induce a tornare in Virginia. La morte del giovane colpito dal meteorite ha delle affinità con la morte di Donnie, che pure morì colpito da un oggetto piovuto dal cielo, precisamente un motore d’aereo. L’evento riporta Samantha indietro nel tempo, a confrontarsi con la morte del fratello. Il salto temporale costituisce un tema ricorrente del film che non si traduce banalmente con un flash back, ma con una rivisitazione del passato attraverso eventi presenti. Samantha appare morta e da morta tenta di consolare il giovane annunciandogli l’imminenza della sua fine. Le sequenze temporali non sono lineari e è compito dello spettatore ricostruirle. Mentre Samantha manifesta al giovane l’arrivo della morte, nel suo percorso lei non è ancora morta. Morirà in prossimità della fine del mondo per poi consolare il giovane e dirgli che la sua fine non è soltanto sua, ma riguarda tutta l’umanità. Una consolazione di fronte alla morte che Samantha immagina di rivolgere al giovane, nella realtà oggettiva già morto in circostanze che ricordano la morte del fratello, e che definiscono una traslazione interlocutoria nella quale Samantha parla al fratello, che nel film ha l’immagine del giovane morto a causa del meteorite. Il senso dell’elaborazione di Samantha Darko è una riflessione sulla finitezza umana, di fronte alla quale nemmeno il senso religioso può qualcosa. La chiesa incendiata e le figure torbide del prete e di una fedele indicano l’inadeguatezza della religione di fronte a un evento così traumatico come la morte. Anche il mondo finisce, questo dice Samantha al giovane, quindi al fratello. E se il mondo finisce, come può la vita non avere fine? La fine del mondo è la consolazione in cui trova riparo il giovane nell’attimo della morte, egli muore per un meteorite che sarà il primo di molti altri che decreteranno la fine del mondo. Non più un kosmos eterno che temporalmente si oppone alla finitezza del bios (come da tradizione greca), bensì kosmos e bios inglobati nell’unico destino della finitezza temporale compresa tra nascita e morte. Se tutto finisce, allora la morte non è più così dolorosa, rientra in un destino comune. Questa è la consolazione per Samantha, questo è ciò che determina il superamento del lutto e la volontà di fare ritorno alla propria vita, fare ritorno in Virginia. Tutte le vicende e i personaggi del film animano l’interiorità sconvolta di Samantha. Tutto accade in relazione al dolore che vive la ragazza. La morte delle due ragazze in un incidente (di Samantha prima e di Corey poi) anticipa simbolicamente la separazione delle due amiche e la scelta di tornare in Virginia. L’incendio della chiesa, come dicevo sopra, è la rottura con la religione, dalla quale Samantha non riceve risposte. Corey rappresenta la fuga, a cui poi Samantha rinuncia. Eventi e personaggi spingono Samantha Darko a confrontarsi con il passato che ha sconquassato la sua famiglia.
Apple ha rinnovato il comparto dei software professionali, Logic (per l’editing audio dedicato ai musicisti) e Final Cut Studio, la suite professionale per l’editing video. A distanza di tre anni dall’ultimo aggiornamento, Final Cut torna con novità molto interessanti che consentono al software targato Apple di consolidare la propria leadership nel mondo della postproduzione video. Rincorso da Adobe Premiere, Final Cut conferma, e di molto, la distanza rispetto ad Avid, che è ormai un veterano scarsamente competitivo e poco apprezzabile se non in quegli ambienti conservatori in cui le funzioni base del montaggio non lineare appaiono ancora – a distanza di sedici anni circa – come novità appetibili.
Ogni mestiere ha le sue peculiarità. Tutti possediamo un dispositivo digitale per scattare fotografie. Una macchina fotografica digitale, un iPhone, un cellulare semplice. Molti, chi più chi meno, conoscono software per editare, classificare e stampare fotografie. Eppure, per scattare una bella fotografia è necessaria la competenza di un fotografo. La stessa cosa dicasi per il video. La tecnologia informatica mette a disposizione strumenti che consentono a chiunque di produrre video a costi irrisori, addirittura azzerati. L’amatorialità, generalmente appannaggio della vita familiare, sta invadendo il campo della professionalità. Non di rado, ci sono aziende che preferiscono autoprodurre video promozionali anziché rivolgersi a dei professionisti. Perché questo? Perché è diffusa l’idea secondo la quale per fare un video basta premere rec inquadrando un soggetto in un luogo più o meno illuminato. Questa convinzione equivale a dire che per essere scrittori basta possedere una penna e saperla impugnare, per essere pittori è sufficiente macchiare di colore una tela utilizzando un pennello. Ispirata da questa convinzione, un’azienda acquista una piattaforma per la gestione di contenuti video su web, ma non stipula un contratto per la produzione dei contenuti video perché li produrrà da sé. Mi auguro che in questa azienda ci sia qualcuno che sappia gestire l’illuminazione di una ripresa, regolare il diaframma, stabilire se girare in interlacciato o in progressivo, gestire l’audio in entrata, suddividere correttamente le porzioni di un’inquadratura, gestire campi e controcampi evitando inopportuni scavalcamenti di campo, muovere correttamente la camera, scegliere il formato di codifica corretto per la ripresa, ecc… Poi c’è il montaggio, è importante conoscere delle regole di base: come tagliare le sequenze, come disporle senza fare errori, come attribuire una cromia omogenea a tutto il filmato, seguire dei sincroni, stabilire con quale codec montare e quale codec adottare sia in importazione che in esportazione, saper gestire un’inquadratura fissa, stabilire un ritmo di montaggio e sapere come mantenere desta l’attenzione di chi guarda. Queste sono soltanto alcune cose. La tecnologia informatica ha avviato indubbiamente un processo di democratizzazione grazie al quale molti strumenti sono alla portata di molti. Ma la conoscenza di questi strumenti non lo è. Soprattutto non lo è la conoscenza di ciò che si intende realizzare con essi. Per poter scrivere è importante conoscere un linguaggio, una grammatica. La stessa cosa vale per il video. Esiste un problema culturale dietro l’idea secondo la quale la strumentazione di per sé è sufficiente alla realizzazione di un prodotto. E’ la banalità, la superficialità dell’uomo mediocre che trova nella tecnologia, e non nella conoscenza delle cose, una possibilità di realizzazione. La tecnologia come esito della metafisica, il dominio compiuto sull’ente in quanto ente. Heidegger.
Una storia breve, dalla profonda provincia italiana. In un capoluogo di provincia del centro Italia, si affaccia l’ipotesi di un nuovo centro di riabilitazione. L’amministratore responsabile della sanità nel territorio delinea le linee guida dell’operazione in un incontro pubblico con la cittadinanza e dichiara che il servizio deve essere dato in gestione a una struttura privata, non all’ospedale. Le dichiarazioni dell’amministratore vengono riprese da una telecamera, il filmato finisce su un blog che si interessa della vicenda e ne segue gli sviluppi. L’autore del blog esprime le proprie perplessità sulla gestione privatizzata del servizio, ovviamente le pubblica e invia un’email di segnalazione all’ufficio dell’amministratore invitando quest’ultimo a fornire informazioni ulteriori. Dall’amministratore non arriva alcuna risposta, nel frattempo accadono due cose. La prima: l’amministrazione decide che il servizio va affidato alla regione. La seconda: una festa organizzata dallo stesso partito di appartenenza dell’amministratore di cui sopra (quello responsabile della sanità nel territorio) ha fra i suoi sponsor maggiori la stessa clinica privata a cui inizialmente doveva essere affidata la gestione della riabilitazione. Il blogger documenta entrambe le cose e nuovamente scrive un’email all’ufficio dell’amministratore per chiedere informazioni ulteriori. Solleva soprattutto una domanda: è pubblicamente giustificabile che un amministratore dichiari di voler affidare un servizio sanitario alla stessa clinica privata che figura fra i maggior sponsor della festa del partito a cui appartiene? Una questione pubblica, basata su un fatto. Comunque, dall’ufficio dell’amministratore non trapela nulla, nessuna risposta o commento.
A Colbordolo la pseudo-sinistra di Pensalfini è in testa col 63,66%, contro il 36,33% dei Liberi per Colbordolo. Il comune resta uno dei pochi baluardi rimasto ai traditori della tradizione marxista italiana. L’unico argomento rimasto al PD è la resistenza all’oppressione fascista. Il PD, specialmente a Colbordolo, ha trasformato la resistenza da patrimonio della storia di un popolo a prodotto di marketing da usare per conquistare e soggiogare gli elettori-consumatori. La campagna elettorale somiglia a una campagna pubblicitaria, una di quelle che invitano a lasciarsi ammaliare da promozioni finalizzate alla cosiddetta “fidelizzazione del cliente”. A Colbordolo i consumatori-elettori sono fidelizzati da 60 anni. Il marketing funziona ed è pronto ad affiancare un pilastro dell’organizzazione aziendale: la gestione partecipata del dissenso. Pensalfini ha promesso il bilancio partecipato. Lui sa che quanto ha proposto coincide col governo del dissenso, attraverso organi partecipativi di stessa natura, all’interno di aziende multinazionali? Ci sono aziende, soprattutto americane e in particolare, per esperienza personale e diretta, penso a una multinazionale che opera nella ristorazione veloce, che praticano da molti anni quello che Pensalfini chiama “bilancio partecipato”. In pratica, quando si pone la necessità di decisioni di rilievo che investono il sistema “azienda” nella sua interezza (comprese aziende esterne dell’indotto o aziende indipendenti legate da rapporti francising), l’azienda convoca delle vere e proprie riunioni partecipate, in cui tutti i presenti possono esprimere opinioni libere. Possono perfino permettersi di mandare a quel paese un presidente o un amministratore delegato. Le opinioni, sapientemente gestite, si trasformano in chiacchiericcio rumoroso, dove tutti parlano, ciascuno prende la parola, ma nella confusione generale il peso di ciascuna opinione viene meno e si inserisce l’unico punto di vista che conta davvero, quello dell’azienda. In realtà, è una messa in scena che lascia apparire come condivisa una decisione che di fatto non lo è. Il tutto si conclude quasi sempre con un voto di tutti i partecipanti. Questo è un meccanismo sottile, ma molto efficace, per smorzare il dissenso nelle realtà aziendali. Infatti, quando una determinata scelta risulta impopolare e nell’azienda qualcuno cerca di opporsi, la risposta aziendale arriva puntuale: “ma nelle riunioni e nei bilanci partecipati c’eri che TU e non hai dimostrato disappunto, nella decisione c’eri anche TU, l’hai votata” (TU, non il più formale LEI, attenzione alla finezza!). Pensalfini ha descritto il bilancio partecipato esattamente come alcune multinazionali definiscono le riunioni e i bilanci partecipati. Più che di una democratizzazione delle aziende, assistiamo all’aziendalizzazione della politica, dove la libertà di opinione si trasforma in gestione psicologica del dissenso.Dall’eterno ritorno scaturisce il divenire attivo, scriveva Deleuze. Ma anche le forze reattive tornano, tornano in una politica dove l’agire cede il posto all’abitudine e all’obbedienza. E quando il passato della memoria distorta sbiadisce, quando il perno della politica attiva diventa la campagna elettorale e non il confronto plurale, la chiacchiera regna sovrana. “Non votare l’altro, è uno della guardia di finanza, cosa sa del governo di un comune, è un militare. Non votare gli altri, sono fascisti, ve li ricordate i fascisti? Non votare gli altri, fra di loro c’è uno che si è permesso di criticare l’operato di un assessore regionale, vuoi essere come lui?”. L’altro è fuori dal comune, fuori dalla storia di un popolo, perché votarlo? L’altro. L’esclusione dell’altro – di vago stampo leghista, di quella stessa lega da cui il PD dice di essere tanto diverso – è il cittadino non allineato. L’esclusione dell’altro, forse non a caso, coincide con l’immobilizzarsi del tempo in una sola dimensione. In questo caso nel passato. Non c’è un passato capace animare un presente in vista di un progetto futuro. La stessa cosa accade quando la rincorsa cieca di un futuro indefinito lascia calare l’oblio sul passato della memoria. Ma senza l’altro e senza un ripensamento del tempo in funzione dell’azione politica, la politica diventa economia privata esercitata sul bene pubblico.